da vedere la puntata su nemo di Enrica Scielzo
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domenica 9 dicembre 2018
domenica 10 settembre 2017
I transessuali tentano il suicidio 10 volte di più
Le cause: bullismo, cyberbullismo, discriminazioni e depressione. Tutti i numeri
Il grafico mette a confronto le percentuali di persone che hanno tentato il suicidio tra la popolazione generale degli Usa (in marrone), tra le transessuali Mtf (“male to female”, cioè da uomo a donna, in fucsia), tra i transessuali Ftm (“Female to male”, cioè da donna a uomo, in blu). Sono considerate anche le crossdresser di sesso maschile (in rosa) e di sesso femminile (in azzurro) e tra le persone con un’identità di genere incerta e di sesso maschile (in verde) e femminile (in marrone).Dati sovrastimati?
I dati potrebbero essere sovrastimati perché sono stati raccolti attraverso un’associazione che difende i diritti delle persone Lgbt tanto è vero che buona parte delle persone intervistate si è avvicinata all’associazione perché ha subito atti di bullismo e cyberbullismo e discriminazioni, che aumentano la propensione alla depressione. Il binomio bullismo e suicidio si conferma, perciò, micidiale, soprattutto per le persone particolarmente fragili dal punto di vista sessuale.Il dato, sconvolgente, è che in media il 41% del campione intervistato ha dichiarato di aver tentato il suicidio, anticipato da atti di autolesionismo, rispetto al 4,5% della popolazione generale. E’ una percentuale talmente elevata da risultare in ogni caso allarmante e che non si riscontra in altri gruppi discriminati: per esempio, hanno tentato il suicidio “solo” circa il 10-20% dei gay e delle lesbiche.
Chi si opera è più esposto
Le transessuali Mtf e i transessuali Ftm di solito sentono l’esigenza di trasformare del tutto o in parte il proprio corpo per adeguarlo alla propria vera identità di genere, ricorrendo ai farmaci e/o alla chirurgia. Negli Usa il 46% dei trans Ftm ha tentato di uccidersi almeno una volta: dieci volte di più della popolazione generale. Per le trans Mtf la percentuale è di poco più bassa: 42%. Comunque, quello che emerge dai dati è che i transgender che non vogliono cambiare il proprio corpo hanno tentato il suicidio meno spesso di quelli che desiderano essere sottoposti a terapie ormonali o chirurgia o che vi si sono sottoposti.Chi sono i crossdresser
Poi c’è il caso dei crossdresser: persone che non si riconoscono nel proprio sesso ma non sentono l’esigenza di modificare il proprio corpo e si limitano ad adottare l’abbigliamento e gli atteggiamenti del genere al quale sentono di appartenere. In altri casi invece si riconoscono nel proprio sesso ma amano vestirsi con gli abiti del sesso opposto, per i motivi più vari. I crossdresser di sesso femminile tentano il suicidio con la stessa frequenza dei trans Ftm: 46%. Invece per le crossdresser di sesso maschile la percentuale è molto più bassa: 21%, ma sempre di oltre quattro volte superiore a quella della popolazione generale.Identità di genere incerta
Le persone con identità di genere variabile o incerta si identificano a volte come uomini e a volte come donne, oppure non si riconoscono in nessuna di queste due categorie. Le persone con identità di genere variabile o incerta e sesso maschile hanno tentato il suicidio nel 38% dei casi mentre le persone con identità di genere variabile o incerta e sesso femminile ci hanno provato nel 35%.I giovani sono più fragili
Malgrado la società accetti i transgender molto più che in passato, i tentati suicidi tra gli adolescenti sono più frequenti. Il 44% di chi ha tra i 18 e i 24 anni ci ha già provato almeno una volta mentre solo il 16% dei transgender che hanno più di 65 anni ha cercato di togliersi la vita nel corso della propria esistenza.La percentuale di chi ha tentato il suicidio è più alta tra coloro che si sono stati emarginati dalla propria famiglia. In particolare, ha tentato almeno una volta il suicidio il 50% delle persone che non vedono più i propri figli dopo aver rivelato di essere transgender ma anche tra coloro che sono stati pienamente accettati dai familiari, il 33% ha ugualmente cercato di uccidersi.
Secondo i dati il 40% delle transessuali Mtf che si sentono riconosciute come donne hanno tentato il suicidio, ma la percentuale sale al 45% per quelle che percepiscono di essere considerate “trans” o “travestito”.
I transgender che si presentano come tali in tutti gli ambienti (famiglia, lavoro, amicizie) hanno tentato il suicidio più spesso (50%) di quelli che non lo dicono o che selezionano le persone alle quali rivelare la propria identità.
I dati si riferiscono al: 2009
Fonte: elaborazione Ucla su dati Ntds
domenica 27 agosto 2017
CARDANDAN
| CARDANDAN https://www.google.com/maps?ll=25.182548,101.86285&z=5&t=m&hl=it-IT&gl=IT&mapclient=embed&q=Yunnan+Cina R II 41 0; R II 41 1; R II 43 1. Çardandan F; Çardandan L; Ardandam P; Chardadan V; Ardanda, Ardandan VA; Ardidan VB; Çardandan Z. BIBLIOGRAFIA – (a) Cardona 1975, pp. 544-545; Pelliot 1959-1973, pp. 603-606 n. 197. – (b) Burton, Whiting 1961; Cohen 1951, p. 123; Dawson 1929; Eliade 1989, pp. 57-89; Ericksen Paige, Paige 1981, pp. 188-199; Gros 1994; Munroe, Munroe, Whiting 1973; Munroe, Munroe 1975. (a) Il pers. Zar-dandān “denti d’oro”, base del lemma poliano (nella grafia di F: la ‹c-› in Ramusio è una trivializzazione facilmente spiegabile), traduce alla lettera il cin. Jinchi. L’origine etnica di questa popolazione, che abitava nello Yunnan, tra Mekong e Birmania (Myanmar), è rimasta ignota. Pure le fonti cinesi (che ne parlano dall’VIII sec.) registrano l’uso (comune a uomini e donne, diversamente da quanto indica Polo) di coprire i denti con una foglia d’oro (e autentiche sono da tutti giudicate le informazioni sui tatuaggi attestate da R). La regione rappresenta il punto estremo, a S, degli spostamenti di Polo nel territorio cinese: le informazioni sul Sud-Est asiatico contenute nel testo a partire da R II 43 (regno di Mien, Bangala, Cangigú etc.) sono di seconda mano.
[EB]
(b)
Subito dopo il parto, il marito prende il posto e il ruolo della moglie: si mette a letto col neonato e lo accudisce (men’s childbed), tenendolo presso di sé per un periodo di tempo durante il quale riceve frequenti visite di parenti ed amici. Questa pratica postnatale, descritta da Polo nella ricca “scheda” etnografica di R II 41 7 e sg., rappresenta la forma “classica” della couvade, usanza ben nota alla letteratura antropologica, riscontrata presso varie popolazioni (tra gli Ainu in Hokkaido e presso la tribù Lang-Tse dei Miao, in certe isole del Pacifico e specialmente in America meridionale) e segnalata anche nell’antichità (come notava anche Ramusio, in una nota a margine del f. 36r: «Strabone [III IV 7] nel fine del terzo libro parlando de Spagnuoli dice il medemo usarsi fra loro come la donna ha partorito»; e si aggiungano Plutarco, Erodoto, Diodoro Siculo). (Resta insostituibile la monografia di Dawson 1929, da integrarsi con Gros 1994). Sostituendosi alla puerpera l’uomo attua una forma di partecipazione simbolica alla gestazione e al processo della nascita. In tal modo, egli palesa e “socializza” il suo legame col bambino, facendosi riconoscere come padre dai congiunti e dall’intera comunità. Per Cohen (1951, p. 123) la couvade sarebbe riconducibile all’idea di una fusione primigenia di maschile e femminile: andrebbe perciò considerata quale «affirmation de l’unité fondamentale du principe bisexuel, régissant l’Univers humain dans une perpétuelle création, qui est avant tout une différenciation». In quasi tutte le tradizioni religiose, l’uomo primordiale è rappresentato come androgino, ossia come modello archetipico di uomo perfetto, totale, in cui i poli antitetici coincidono (vd. Eliade 1989, pp. 57-89). La compresenza dei princìpi sessuali opposti nello stesso individuo simbolizza la realtà assoluta, lo stato indifferenziato e pre-formale degli inizi, caratterizzato dalla coincidentia oppositorum. L’assunzione, da parte dell’uomo, di funzioni e tratti pertinenti alla sfera femminile parrebbe indicare la volontà di ristabilire l’androginia primeva, al fine di sospendere la condizione profana e restaurare la ricchezza non-duale dell’illud tempus. La couvade esprimerebbe dunque, secondo Cohen, una sorta di “nostalgia delle origini”, proiettata per il tramite di precisi atti rituali sugli esordi di una nuova vita. Attorno al nuovo nato si ricostituirebbe allora una condizione aurorale, una sorta d’infanzia del mondo. I più recenti studi su questa usanza hanno cercato di individuarne cause e fattori in determinate strutture socio-culturali. Una spiegazione della couvade in termini di psicodinamica è stata avanzata da Munroe, Munroe, Whiting (1973) e Munroe, Munroe (1975), che hanno trovato i loro presupposti teorici nelle ricerche di psicologia dell’età evolutiva di Burton, Whiting (1961), basate sul concetto di cross-sex identity. Stando ai risultati di queste indagini, i comportamenti ritualizzati che si designano col nome di couvade si riscontrerebbero di preferenza nelle società matrilocali, cioè in quei tipi di ordinamento in cui i bambini vivono in un ambiente domestico dominato dalla componente femminile (matri-residence) e dividono il letto con la propria madre, mentre il padre dorme altrove. I soggetti cresciuti in questo genere di organizzazione sociale tendono a conferire maggiore importanza alla figura della donna che a quella dell’uomo, perché percepiscono la madre quale distributrice dei beni e principale mediatrice con il mondo adulto. Secondo il modello elaborato da Burton e Whiting, simili ambienti a debole rilevanza maschile (low male salience) inducono i giovani maschi a sviluppare una cross-sex identity che li predispone all’imitazione del ruolo femminile. La couvade sarebbe dunque un riflesso di tale disposizione psicologica inconscia. Diversa e più vicina ai modelli d’interpretazione tradizionali è l’ipotesi avanzata da Ericksen Paige, Paige (1981, pp. 188-199), per i quali la couvade va analizzata come contrattazione rituale messa in atto dal marito per affermare le sue prerogative di padre all’interno di società in cui i gruppi d’interesse fraterno sono deboli o del tutto assenti (weak fraternal interest group societies). In ambienti di questo tipo l’uomo non può contare su una rete di solidarietà familiari per sostenere i suoi diritti sulla prole: si deve quindi impegnare in certe pratiche simboliche sostitutive della gravidanza perché la sua rivendicazione di paternità sia legittimata dal consenso collettivo. L’approvazione pubblica accordata al marito durante lo svolgimento della couvade (si ricordino gli omaggi e le visite di cortesia di parenti e amici di cui si fa menzione nel passo marcopoliano) esprime il riconoscimento del suo status di padre da parte del contesto sociale.
[AB]
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venerdì 21 luglio 2017
Maschio & Femmina: i 2 sessi che convivono in ognuno di noi
Oltre le mode del gender fluido, la biologia sta rivelando le sorprendenti metamorfosi del Dna: l’identità è un enorme puzzle di possibilità multiple
università di torino
Pensiamo al sesso come un linguaggio binario in stile pc, zero e uno. Maschio e femmina. Tendiamo a farlo anche quando ci troviamo faccia a faccia: in base al vestito o come ci si comporta si deve essere maschio o femmina. Eppure c’è molto di più, oltre le apparenze e le mode dei «gender fluid». A rivelarlo è la biologia: non è vero che siamo tutti «zero» o «uno», ma apparteniamo a uno spettro di possibilità. In ognuno di noi i sessi convivono, in gradazioni variabili.
Al Royal Melbourne Hospital, in Australia, il genetista Paul James ha analizzato i cromosomi di una donna di 46 anni: voleva capire se il futuro figlio potesse soffrire di qualche anomalia del Dna. Il feto stava benissimo, ma i risultati della madre si sono rivelati inattesi: le cellule del suo organismo contenevano il materiale genetico di due persone diverse, un individuo femmina e uno maschio, «probabilmente il risultato di una fusione tra due embrioni gemelli», spiega James. Così, la donna ha scoperto che metà del suo corpo era geneticamente un uomo. «Una scoperta - ha commentato lo specialista - che ha del fantascientifico, per chi era venuto in ospedale per un’amniocentesi”».
LA Y CHE C’È O NON C’È
Il sesso, in effetti, può essere molto più complicato di quanto appare. La presenza o l’assenza di una Y conta. E non poco. Con il cromosoma Y sei maschio, senza sei femmina. Tuttavia - come si sa da tempo - l’anatomia sessuale, a volte, è in disaccordo con la genetica. «Il problema è che il sesso può essere definito in diversi modi: genetica, ormoni, attributi sessuali - spiega Arthur Arnold, della University of California di Los Angeles -. Ed è sorprendente quanto può essere forte l’effetto dei cromosomi sessuali sul comportamento di singole cellule». Con alcuni colleghi ha dimostrato che nel topo la quantità di cromosoma X è in grado di modificarne il metabolismo, un dato in linea con una serie di esperimenti in vitro in cui si è visto che cellule XX e XY rispondono in modo differente alle sollecitazioni dello stress.
Ora le tecniche più avanzate di sequenziamento del Dna e di biologia cellulare stanno rivelando che, in realtà, ognuno di noi è - a vari livelli - un mosaico (o un puzzle) di cellule geneticamente distinte, alcune con un corredo genetico sessuale che può essere diverso da tutte le altre. Non a caso, fino a cinque settimane di vita, ognuno di noi ha le potenzialità per diventare sia maschio sia femmina. È la sesta settimana quella decisiva: in quel momento sviluppiamo solo uno dei due apparati sessuali. Poi, fuori dall’utero, scattano altri meccanismi. Vincent Harley, genetista dell’Institute for Medical Research di Melbourne, ha scoperto che, almeno nel topo da laboratorio, è necessario mantenere un certo equilibrio per tutta la vita: «Il gene Foxl2 è essenziale affinché le ovaie producano cellule uovo, mentre il gene Dmrt1 lo è per la produzione di spermatozoi nei testicoli».
A complicare ulteriormente questo mondo fluido del sesso, al dipartimento di Genetica Molecolare del Weizmann Institute of Science, in Israele, Shmuel Pietrokovski e Moran Gershoni hanno pubblicato uno studio in cui evidenziano 6500 geni espressi in modo diverso tra uomini e donne. Questi geni controllano non solo lo sviluppo di muscoli e peli, ma la suscettibilità a specifiche malattie e la risposta ai farmaci. «Il genoma - hanno commentato - è praticamente lo stesso in ognuno di noi, eppure viene utilizzato in modi diversi in varie parti del corpo».
L’idea binaria di due sessi si sta quindi rivelando superficiale e non solo per la nostra specie, ma per tutte, dove le eccezioni a quella che si pensava fosse la norma sono ancora più evidenti. Fino a un fenomeno raro nell’uomo e tuttavia comune in molti organismi meno evoluti: è l’ermafroditismo, in cui lo stesso individuo presenta organi sessuali di entrambi i sessi. Il pesce pagliaccio - reso famoso dal cartone «Alla ricerca di Nemo» - è, da questo punto di vista, una specie tra le più interessanti: quando in una famiglia la femmina muore, il maschio cambia sesso e ne prende il posto, mentre una delle femmine giovani diventa, a sua volta, il nuovo maschio. Il pesciolino Serranus Tortugarum è ancora più esuberante: è in grado di cambiare sesso anche 20 volte al giorno, producendo entrambi i gameti in modo alternato, ma restando fedele al partner, che, ovviamente, si deve adeguare a questi rapidissimi cambiamenti.
ESSERI ERMAFRODITI
Ma sono ermafroditi anche i lombrichi, alcune chiocciole, crostacei e spugne di mare. Così torna, prepotente, la domanda più spontanea: perché gli esseri viventi più complessi si sono evoluti con due sessi (e basta)? La riproduzione asessuata - tipica di batteri, piante e animali inferiori - è in grado di produrre un enorme numero di individui e non c’è nemmeno il tormento di dover corteggiare il partner. Ma, se è andata diversamente per altri esseri viventi, compresi noi umani, significa che con il sesso ci sono benefici maggiori (e non solo quello del piacere). Più variabilità genetica significa una specie più adattabile e, quindi, più resiliente agli habitat.
Resta l’ultimo interrogativo: perché due sessi e non di più? In natura non si conoscono casi evidenti di animali con più di due sessi. Aumentare il numero di genitori non farebbe poi così tanta differenza nell’incrementare la flessibilità genetica di un individuo. In compenso creerebbe complicazioni a catena, forse ingestibili. Le ha immaginate Issac Asimov nel romanzo «Neanche gli dei», con alieni con tre sessi e diversi ruoli sia nella riproduzione sia nell’allevamento della prole. Fino allo scenario angosciante materializzato da Clifford Simak nel racconto «Miraggio», dove il tormento è ulteriore: sei rappresentanti della razza più evoluta di Marziani aspettano in una grotta il settimo partner. Senza di lui non ci sarà nessun bebè e, quindi, nessun futuro.
università di torino
Pensiamo al sesso come un linguaggio binario in stile pc, zero e uno. Maschio e femmina. Tendiamo a farlo anche quando ci troviamo faccia a faccia: in base al vestito o come ci si comporta si deve essere maschio o femmina. Eppure c’è molto di più, oltre le apparenze e le mode dei «gender fluid». A rivelarlo è la biologia: non è vero che siamo tutti «zero» o «uno», ma apparteniamo a uno spettro di possibilità. In ognuno di noi i sessi convivono, in gradazioni variabili.
Al Royal Melbourne Hospital, in Australia, il genetista Paul James ha analizzato i cromosomi di una donna di 46 anni: voleva capire se il futuro figlio potesse soffrire di qualche anomalia del Dna. Il feto stava benissimo, ma i risultati della madre si sono rivelati inattesi: le cellule del suo organismo contenevano il materiale genetico di due persone diverse, un individuo femmina e uno maschio, «probabilmente il risultato di una fusione tra due embrioni gemelli», spiega James. Così, la donna ha scoperto che metà del suo corpo era geneticamente un uomo. «Una scoperta - ha commentato lo specialista - che ha del fantascientifico, per chi era venuto in ospedale per un’amniocentesi”».
LA Y CHE C’È O NON C’È
Il sesso, in effetti, può essere molto più complicato di quanto appare. La presenza o l’assenza di una Y conta. E non poco. Con il cromosoma Y sei maschio, senza sei femmina. Tuttavia - come si sa da tempo - l’anatomia sessuale, a volte, è in disaccordo con la genetica. «Il problema è che il sesso può essere definito in diversi modi: genetica, ormoni, attributi sessuali - spiega Arthur Arnold, della University of California di Los Angeles -. Ed è sorprendente quanto può essere forte l’effetto dei cromosomi sessuali sul comportamento di singole cellule». Con alcuni colleghi ha dimostrato che nel topo la quantità di cromosoma X è in grado di modificarne il metabolismo, un dato in linea con una serie di esperimenti in vitro in cui si è visto che cellule XX e XY rispondono in modo differente alle sollecitazioni dello stress.
Ora le tecniche più avanzate di sequenziamento del Dna e di biologia cellulare stanno rivelando che, in realtà, ognuno di noi è - a vari livelli - un mosaico (o un puzzle) di cellule geneticamente distinte, alcune con un corredo genetico sessuale che può essere diverso da tutte le altre. Non a caso, fino a cinque settimane di vita, ognuno di noi ha le potenzialità per diventare sia maschio sia femmina. È la sesta settimana quella decisiva: in quel momento sviluppiamo solo uno dei due apparati sessuali. Poi, fuori dall’utero, scattano altri meccanismi. Vincent Harley, genetista dell’Institute for Medical Research di Melbourne, ha scoperto che, almeno nel topo da laboratorio, è necessario mantenere un certo equilibrio per tutta la vita: «Il gene Foxl2 è essenziale affinché le ovaie producano cellule uovo, mentre il gene Dmrt1 lo è per la produzione di spermatozoi nei testicoli».
A complicare ulteriormente questo mondo fluido del sesso, al dipartimento di Genetica Molecolare del Weizmann Institute of Science, in Israele, Shmuel Pietrokovski e Moran Gershoni hanno pubblicato uno studio in cui evidenziano 6500 geni espressi in modo diverso tra uomini e donne. Questi geni controllano non solo lo sviluppo di muscoli e peli, ma la suscettibilità a specifiche malattie e la risposta ai farmaci. «Il genoma - hanno commentato - è praticamente lo stesso in ognuno di noi, eppure viene utilizzato in modi diversi in varie parti del corpo».
L’idea binaria di due sessi si sta quindi rivelando superficiale e non solo per la nostra specie, ma per tutte, dove le eccezioni a quella che si pensava fosse la norma sono ancora più evidenti. Fino a un fenomeno raro nell’uomo e tuttavia comune in molti organismi meno evoluti: è l’ermafroditismo, in cui lo stesso individuo presenta organi sessuali di entrambi i sessi. Il pesce pagliaccio - reso famoso dal cartone «Alla ricerca di Nemo» - è, da questo punto di vista, una specie tra le più interessanti: quando in una famiglia la femmina muore, il maschio cambia sesso e ne prende il posto, mentre una delle femmine giovani diventa, a sua volta, il nuovo maschio. Il pesciolino Serranus Tortugarum è ancora più esuberante: è in grado di cambiare sesso anche 20 volte al giorno, producendo entrambi i gameti in modo alternato, ma restando fedele al partner, che, ovviamente, si deve adeguare a questi rapidissimi cambiamenti.
ESSERI ERMAFRODITI
Ma sono ermafroditi anche i lombrichi, alcune chiocciole, crostacei e spugne di mare. Così torna, prepotente, la domanda più spontanea: perché gli esseri viventi più complessi si sono evoluti con due sessi (e basta)? La riproduzione asessuata - tipica di batteri, piante e animali inferiori - è in grado di produrre un enorme numero di individui e non c’è nemmeno il tormento di dover corteggiare il partner. Ma, se è andata diversamente per altri esseri viventi, compresi noi umani, significa che con il sesso ci sono benefici maggiori (e non solo quello del piacere). Più variabilità genetica significa una specie più adattabile e, quindi, più resiliente agli habitat.
Resta l’ultimo interrogativo: perché due sessi e non di più? In natura non si conoscono casi evidenti di animali con più di due sessi. Aumentare il numero di genitori non farebbe poi così tanta differenza nell’incrementare la flessibilità genetica di un individuo. In compenso creerebbe complicazioni a catena, forse ingestibili. Le ha immaginate Issac Asimov nel romanzo «Neanche gli dei», con alieni con tre sessi e diversi ruoli sia nella riproduzione sia nell’allevamento della prole. Fino allo scenario angosciante materializzato da Clifford Simak nel racconto «Miraggio», dove il tormento è ulteriore: sei rappresentanti della razza più evoluta di Marziani aspettano in una grotta il settimo partner. Senza di lui non ci sarà nessun bebè e, quindi, nessun futuro.
venerdì 14 luglio 2017
venerdì 30 giugno 2017
giovedì 31 marzo 2016
video di mazzoli
mi sono vista il video di mazzoli...ok marco sono anni che mi fa ridere con lo zoo di 105 e lui e fatto così ma comunque e una persona buona alla fine ed e stato costretto dalla iene per promuovere il film e fin qui ci sta...l'unica cosa che vorrei segnalare e l'eccessivo uso di parole "maschili" sulla bella trans melissa che poi in altri video ha detto che non fa la prostituta ma comunque non cambia, il termine il,un,uomo ascoltato da milioni di persone che vedono i servizi delle iene che poi la maggior parte sono bigotti (viviamo in italia mi sembra ovvio) secondo me ha dato quella spinta in più alle persone per usare il maschile (magari anche con odio) alle trans che io trovo offensivo perchè le trans e anche noi CD facciamo di tutto per essere femminili di crearci una identità femminile ...ecco volevo solo fare questa riflessione se nel servizio usava il femminile per la trans non avrei detto nulla, ma visto che viviamo in un paese bigotto e recentemente una trans di napoli e stata sgozzata da un uomo ..con questo servizio visto da milioni di persone aumenta la probabilità di essere odiati per quello che siamo solo perchè non hanno usato il femminile per creature femminili, puoi anche avere il pene ma se io ad una trans offro un pallone da calcio o delle louboutin se la trans mi sceglie le scarpe allora ha un cervello femminile e va trattata come una figura femminile, la,una,donna
giovedì 10 marzo 2016
lunedì 7 marzo 2016
Arriva il rossetto Mac in collaborazione con Caitlyn Jenner: una limited edition da non perdere!
CHI E’ CAITLYN JENNER?
Caitlyn Jenner è famosa nel mondo per aver voluto rendere pubblica la sua transizione sessuale, da uomo a donna, con l’intento di sensibilizzare l’opinione pubblica ma anche per dare coraggio a chi ha deciso di compiere lo stesso passo. Caitlyn Jenner, nata con il nome di William Bruce Jenner il 28 ottobre 1949 a Mount Kisco, è un personaggio televisivo ed ex atleta statunitense.
Noto per essere stato un medagliato olimpico alle Olimpiadi di Montreal e, successivamente, per essere diventato il patrigno delle Kardashian e padre di Kylie e Kendall Jenner, Caitlyn ha ricreato la sua immagine, oggi completamente femminile, anche grazie all’appoggio di grandi brand come MAC Cosmetics.
Il nome del rossetto dedicato a Caitlyn Jenner è estremamente evocativo: Finally Free, che significa ‘finalmente libera’. Il colore scelto è iper femminile, sensuale e coinvolgente!
ROSSETTO CAITLYN JENNER MAC
Questo rossetto sarà molto probabilmente uno dei più gettonati e richiesti dalle beauty addicted e dalle fan di MAC per la sua particolare colorazione.
E’ un rossetto nude rosato medio (cremesheen), non squillante ma avvolgente. È unrosa con punte color crema, una tonalità elegante, chic, adatta al trucco da giorno e a quello da sera. Finally Free rispetta in pieno l’immagine di Caitlyn Jenner vuol dare di se stessa: glamour, elegante e mai volgare.
Dato il suo finish ci aspettiamo che abbia una texture cremosa e idratante e che possa assicurare un risultato luminoso sulle labbra, con una coprenza media.
MAC AIDS FUND TRANSGENDER INITIATIVE
Il nuovo rossetto MAC non ha solo l’obiettivo di far conoscere ancora di più, semmai ce ne fosse bisogno, la storia di Caitlyn, ma il brand intende fare molto di più.
Il 100% del ricavato della vendita di questo rossetto, infatti, sarà devoluto al M·A·C AIDS Fund Transgender Initiative, un fondo speciale nell’ambito del già noto MAC AIDS Fund a supporto alle comunità transgender. Il nuovo Lipstick MAC Finally Free è in perfetta linea con mantra di MAC All Ages, All Races and All Sexes.
DOVE ACQUISTARE E PREZZO DI FINALLY FREE MAC
MAC specifica che la vendita di “Finally Free” avverrà solo ed esclusivamente online, attraverso il sito del brand www.macosmetics.it. Il prezzo è di 19,00 Euro.
Quando sarà disponibile? Il rossetto sarà in vendita dal 7 aprile negli Stati Uniti, damaggio 2016 nel resto del mondo. Nel frattempo, possiamo provare i cosmetici della linea Zac Posen MAC oppure la splendida linea MAC primavera 2016 Flamingo Park!
Cosa ne pensate del rossetto Finally Free di MAC? È una tonalità che potrà rubarvi il cuore?
Sei bellissima…. Non hai bisogno che ci sia un uomo li’ a ricordartelo.
Sei bellissima, da sola forse ancor di più. Sei bellissima anche se non hai un uomo che ti tolga il rossetto dalle labbra, anche se sei spettinata o struccata. Anche se vai di fretta e hai scordato qualcosa a casa.
Sei bellissima quando scendi di casa per andare a prenderti un gelato. Sei bellissima in pigiama e con i capelli scombinati, sei bellissima con gli occhi assonnati.
Sei bellissima quando hai fiumi di parole da cacciare e quando vuoi stare in silenzio. Sei bellissima quando ti emozioni per una frase, letta su un libro o su un muro.
Sei bellissima il sabato sera quando ti prepari, ti trucchi, indossi il vestito più bello che hai, spruzzi il tuo profumo preferito e poi esci anche se non hai nessuno ad aspettarti fuori dal portone, anche se non c’è nessuno a dirti che sei bellissima. Lo fai per star bene con te stessa. Ed è questa l’unica cosa che conta. Tu esci che poi farai innamorare il mondo.
Sei bellissima quando passeggi, da sola, con le cuffie nelle orecchie. E pensi. Immagini. Sogni. Ti proietti altrove. E si rispecchia tutto nei tuoi occhi. Sei bellissima e non lo sai. Sei bellissima e qualcuno in quel momento si sta innamorando di te.
Sei bellissima perchè sei una grande persona, perchè ami così tanto che quasi ti autodistruggi, perchè ti fai in quattro per tutti anche se poi indietro non torna niente..perchè, per te, l’importante è dare.
Sei bellissima perchè ci credi sempre, anche quando non dovresti,
e te lo si legge negli occhi…
Sei bellissima quando scendi di casa per andare a prenderti un gelato. Sei bellissima in pigiama e con i capelli scombinati, sei bellissima con gli occhi assonnati.
Sei bellissima quando hai fiumi di parole da cacciare e quando vuoi stare in silenzio. Sei bellissima quando ti emozioni per una frase, letta su un libro o su un muro.
Sei bellissima il sabato sera quando ti prepari, ti trucchi, indossi il vestito più bello che hai, spruzzi il tuo profumo preferito e poi esci anche se non hai nessuno ad aspettarti fuori dal portone, anche se non c’è nessuno a dirti che sei bellissima. Lo fai per star bene con te stessa. Ed è questa l’unica cosa che conta. Tu esci che poi farai innamorare il mondo.
Sei bellissima quando passeggi, da sola, con le cuffie nelle orecchie. E pensi. Immagini. Sogni. Ti proietti altrove. E si rispecchia tutto nei tuoi occhi. Sei bellissima e non lo sai. Sei bellissima e qualcuno in quel momento si sta innamorando di te.
Sei bellissima perchè sei una grande persona, perchè ami così tanto che quasi ti autodistruggi, perchè ti fai in quattro per tutti anche se poi indietro non torna niente..perchè, per te, l’importante è dare.
Sei bellissima perchè ci credi sempre, anche quando non dovresti,
e te lo si legge negli occhi…
lunedì 29 febbraio 2016
dopo questo video abbiamo speranze
I can't belive in my eyes :oAmazing makeup by Goar_avetisyanCredit: @goar_avetisyan
Pubblicato da Olipretty su Domenica 28 febbraio 2016
domenica 28 febbraio 2016
Monica Romano, l'attivista transgender si racconta in un libro: "Farcela è possibile, anche se mancano i diritti"
http://www.huffingtonpost.it/2016/02/27/monica-romano-trans-_n_9334382.html
La vita di Monica Romano inizia nel 1998. Monica ha 19 anni e ha appena iniziato il percorso di transizione verso il genere femminile. Ma per scrollarsi di dosso anni di pregiudizi e di etichette manca ancora un passaggio: cambiare nome per le persone transgender è il coronamento della propria rinascita. “Ho scelto di chiamarmi Monica in omaggio a una donna che ammiro molto. Mia mamma avrebbe preferito Ilenia”, racconta Romano, 37 anni ad aprile, attivista lgbt e impiegata in uno studio di Consulenza del Lavoro a Milano.
lenia è il nome che Monica ha destinato al personaggio principale del suo libro, Trans. Storie di ragazze XY, pubblicato da Ugo Mursia nel novembre 2015. Il romanzo è un memoir, un genere letterario simile all’autobiografia che non prevede però la ricostruzione puntuale dei fatti. “Ma in ogni caso tutto ciò che viene raccontato nel libro è reale, si tratta di eventi che io o altre ragazze trans abbiamo vissuto”, spiega Monica Romano. Attraverso Ilenia, Monica ripercorre la propria esistenza. A partire dai tempi dell’infanzia, quando la gente inizia a mostrarsi imbarazzata per le sue espressioni e il suo modo di giocare.
“La parte difficile è cominciata verso i 12 o 13 anni. Le persone attorno a me avevano perso la pazienza, pretendevano che definissi con chiarezza la mia identità”, racconta la donna. “Per me l’adolescenza è stata una guerra aperta. Con le medie e il liceo sono arrivati il bullismo, l’emarginazione, le botte. Con i miei genitori non ne parlavo perché avevo paura di rivelarmi”. Passano gli anni, le domande aumentano. Fino a quando Monica si imbatte nel termine ‘trans’. La ragazza inizia ad avvicinarsi al mondo transgender, terrorizzata dalla notte, dalla possibilità di essere inghiottita dalla strada. “Allora l’unico modo per conoscere altre ragazze transgender era frequentare discoteche o locali notturni. Molte mie amiche – pur desiderando un regolare lavoro diurno - hanno finito per prostituirsi. Altre sono morte, spesso ammazzate”.
Nel frattempo nasce l’associazione Arcitrans. “Per me è stata una salvezza. Finalmente potevo conoscere donne trans che ce l’avevano fatta”. Grazie al sostegno di Arcitrans Monica riesce a conciliare il percorso di transizione con lo studio. Si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche dell’Università Statale di Milano e intanto cerca lavoro. “Durante gli esami universitari il nome sul mio documento era ancora maschile: come moltissime altre persone transgender in Italia, vivevo in un limbo giuridico. Sono diventata per legge Monica Romano solo nel 2007, giusto in tempo per la laurea”, dice Romano. “Per quanto riguarda la ricerca del lavoro, ho fatto numerosi colloqui con selezionatrici che mi ridevano in faccia”.
Ma la rivincita arriverà presto. A soli tre mesi dalla laurea, Monica viene assunta in uno studio di Consulenza del Lavoro. “Il capo mi ha detto: ‘Lei non mi è molto simpatica, ma è brava’”, spiega la 36enne, che lavora tuttora nello stesso studio, dove si occupa di Amministrazione del Personale.
Monica Romano è l’esempio di chi ce l’ha fatta. “Gestisco lo sportello ‘Identità di genere’ del circolo ‘Harvey Milk’: vengono moltissimi giovani accompagnati dai genitori. Sono spaventati. Spiego loro che avere una vita dignitosa, felice, normale è possibile”.
Il problema più difficile è smantellare i pregiudizi, che è ciò che la donna ha voluto fare con il proprio libro. “Tra le varie cose, si pensa che una donna transgender debba essere per forza eterosessuale: non è così. Io sono lesbica, ho una compagna da un anno e mezzo e prima sono stata con un’altra donna per tre. Nel momento in cui si impara ad amarsi e si trova il proprio equilibrio, anche la vita sentimentale inizia a funzionare”.
Ma il lato più spiacevole è quello dell’umiliazione sociale. “Io sono stata fortunata. La mia famiglia mi sostiene. Ho una mamma amazzone, mi ha sempre difeso e aiutato. Anche mio papà non mi ha mai fatto mancare nulla, anche se al principio ha avuto delle perplessità. Il supporto della famiglia è fondamentale. Sono moltissimi i ragazzi che vengono lasciati soli e che non vengono accettati dai propri cari”, afferma la 36enne. “Anche nelle scuole è una tematica di cui non si parla”.
“Il percorso di transizione invece è una gioia”, continua Romano. “Osservare i cambiamenti della terapia ormonale ti fa sentire libera: assomigli sempre più a stessa”. Il percorso dura dai due a quattro anni a seconda delle diverse Regioni (le liste d’attesa possono essere lunghe). In Lombardia non esiste alcun polo chirurgico: l’ospedale Niguarda offre solo la terapia ormonale. Fino all’anno scorso, se una persona transgender voleva cambiare il proprio nome sui documenti doveva necessariamente sottoporsi a interventi demolitivi degli organi genitali. Ora, a più di trent'anni dall'approvazione della legge che regola i percorsi di transizione in Italia, due sentenze storiche della Corte di Cassazione e della Corte Costituzionale hanno sancito il diritto alla propria identità indipendentemente dagli interventi ai genitali.
“Rispetto a 15 anni fa lo stigma nei confronti delle persone transgender è meno forte, si inizia a intravedere un cambiamento”, conclude la donna. “Anche se amo l’Italia, ho pensato molte volte di andare a vivere all’estero, più che altro per il modo in cui vengono sfruttati i giovani italiani nel mondo del lavoro”.
La vita di Monica Romano inizia nel 1998. Monica ha 19 anni e ha appena iniziato il percorso di transizione verso il genere femminile. Ma per scrollarsi di dosso anni di pregiudizi e di etichette manca ancora un passaggio: cambiare nome per le persone transgender è il coronamento della propria rinascita. “Ho scelto di chiamarmi Monica in omaggio a una donna che ammiro molto. Mia mamma avrebbe preferito Ilenia”, racconta Romano, 37 anni ad aprile, attivista lgbt e impiegata in uno studio di Consulenza del Lavoro a Milano.
lenia è il nome che Monica ha destinato al personaggio principale del suo libro, Trans. Storie di ragazze XY, pubblicato da Ugo Mursia nel novembre 2015. Il romanzo è un memoir, un genere letterario simile all’autobiografia che non prevede però la ricostruzione puntuale dei fatti. “Ma in ogni caso tutto ciò che viene raccontato nel libro è reale, si tratta di eventi che io o altre ragazze trans abbiamo vissuto”, spiega Monica Romano. Attraverso Ilenia, Monica ripercorre la propria esistenza. A partire dai tempi dell’infanzia, quando la gente inizia a mostrarsi imbarazzata per le sue espressioni e il suo modo di giocare.
“La parte difficile è cominciata verso i 12 o 13 anni. Le persone attorno a me avevano perso la pazienza, pretendevano che definissi con chiarezza la mia identità”, racconta la donna. “Per me l’adolescenza è stata una guerra aperta. Con le medie e il liceo sono arrivati il bullismo, l’emarginazione, le botte. Con i miei genitori non ne parlavo perché avevo paura di rivelarmi”. Passano gli anni, le domande aumentano. Fino a quando Monica si imbatte nel termine ‘trans’. La ragazza inizia ad avvicinarsi al mondo transgender, terrorizzata dalla notte, dalla possibilità di essere inghiottita dalla strada. “Allora l’unico modo per conoscere altre ragazze transgender era frequentare discoteche o locali notturni. Molte mie amiche – pur desiderando un regolare lavoro diurno - hanno finito per prostituirsi. Altre sono morte, spesso ammazzate”.
Nel frattempo nasce l’associazione Arcitrans. “Per me è stata una salvezza. Finalmente potevo conoscere donne trans che ce l’avevano fatta”. Grazie al sostegno di Arcitrans Monica riesce a conciliare il percorso di transizione con lo studio. Si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche dell’Università Statale di Milano e intanto cerca lavoro. “Durante gli esami universitari il nome sul mio documento era ancora maschile: come moltissime altre persone transgender in Italia, vivevo in un limbo giuridico. Sono diventata per legge Monica Romano solo nel 2007, giusto in tempo per la laurea”, dice Romano. “Per quanto riguarda la ricerca del lavoro, ho fatto numerosi colloqui con selezionatrici che mi ridevano in faccia”.
Ma la rivincita arriverà presto. A soli tre mesi dalla laurea, Monica viene assunta in uno studio di Consulenza del Lavoro. “Il capo mi ha detto: ‘Lei non mi è molto simpatica, ma è brava’”, spiega la 36enne, che lavora tuttora nello stesso studio, dove si occupa di Amministrazione del Personale.
Monica Romano è l’esempio di chi ce l’ha fatta. “Gestisco lo sportello ‘Identità di genere’ del circolo ‘Harvey Milk’: vengono moltissimi giovani accompagnati dai genitori. Sono spaventati. Spiego loro che avere una vita dignitosa, felice, normale è possibile”.
Il problema più difficile è smantellare i pregiudizi, che è ciò che la donna ha voluto fare con il proprio libro. “Tra le varie cose, si pensa che una donna transgender debba essere per forza eterosessuale: non è così. Io sono lesbica, ho una compagna da un anno e mezzo e prima sono stata con un’altra donna per tre. Nel momento in cui si impara ad amarsi e si trova il proprio equilibrio, anche la vita sentimentale inizia a funzionare”.
Ma il lato più spiacevole è quello dell’umiliazione sociale. “Io sono stata fortunata. La mia famiglia mi sostiene. Ho una mamma amazzone, mi ha sempre difeso e aiutato. Anche mio papà non mi ha mai fatto mancare nulla, anche se al principio ha avuto delle perplessità. Il supporto della famiglia è fondamentale. Sono moltissimi i ragazzi che vengono lasciati soli e che non vengono accettati dai propri cari”, afferma la 36enne. “Anche nelle scuole è una tematica di cui non si parla”.
“Il percorso di transizione invece è una gioia”, continua Romano. “Osservare i cambiamenti della terapia ormonale ti fa sentire libera: assomigli sempre più a stessa”. Il percorso dura dai due a quattro anni a seconda delle diverse Regioni (le liste d’attesa possono essere lunghe). In Lombardia non esiste alcun polo chirurgico: l’ospedale Niguarda offre solo la terapia ormonale. Fino all’anno scorso, se una persona transgender voleva cambiare il proprio nome sui documenti doveva necessariamente sottoporsi a interventi demolitivi degli organi genitali. Ora, a più di trent'anni dall'approvazione della legge che regola i percorsi di transizione in Italia, due sentenze storiche della Corte di Cassazione e della Corte Costituzionale hanno sancito il diritto alla propria identità indipendentemente dagli interventi ai genitali.
“Rispetto a 15 anni fa lo stigma nei confronti delle persone transgender è meno forte, si inizia a intravedere un cambiamento”, conclude la donna. “Anche se amo l’Italia, ho pensato molte volte di andare a vivere all’estero, più che altro per il modo in cui vengono sfruttati i giovani italiani nel mondo del lavoro”.
domenica 21 febbraio 2016
Lili Elbe
Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Lili Ilse Elvenes (Vejle, 28 dicembre 1882 – Dresda, 13 settembre 1931) è stata un'artista danese. Meglio conosciuta come Lili Elbe e nata di genere maschile sotto il nome di Einar Mogens Andreas Wegener, è stata la prima persona nella storia a sottoporsi a un intervento chirurgico di riassegnazione sessuale e ad essere identificata come transessuale. [1][2]
Biografia[modifica | modifica wikitesto]
Einar Wegener incontrò Gerda Gottlieb alla scuola d'arte di Copenaghen (Kunstakademiet); i due si sposarono nel 1904, quando Einar aveva 22 anni e Gerda 19. Entrambi lavoravano come illustratori: Einar si specializzò in dipinti di paesaggi, mentre Gerda lavorava per riviste di moda e creava libri illustrati. Caratteristiche di Einar erano una spiccata sensibilità femminile e l'interesse per l'abbigliamento femminile.
Einar e Gerda viaggiarono in tutta Europa, dall'Italia alla Francia, per poi stabilirsi a Parigi nel 1912. Nella capitale francese, Einar ebbe modo di vivere apertamente come una donna. Divenne modella e musa per i dipinti di Gerda indossando abiti femminili e assunse il nome di Lili Elbe. Tra gli anni venti e trenta Wegener si presentava regolarmente come una donna a tutte le feste e gli eventi pubblici utilizzando questo nome. Solo Gerda e pochi amici fidati erano al corrente della transessualità di Lili, che veniva presentata come la sorella di Einar.[3]
Cambio di sesso[modifica | modifica wikitesto]
Nel 1930 Lili Elbe andò in Germania per sottoporsi all'intervento chirurgico per la riassegnazione sessuale, all'epoca ancora sperimentale. Si sottopose a cinque operazioni in un periodo di due anni. Il primo intervento fu la rimozione dei testicoli (orchiectomia) sotto la supervisione del sessuologo berlinese Magnus Hirschfeld.[4] La seconda operazione consistette nella rimozione del pene nel trapianto delle ovaie, rimosse in un secondo momento grazie ad altri due interventi a causa di un rigetto e di altre gravi complicazioni. La quinta operazione fu il trapianto dell'utero, per poter consentire a Lili, allora quasi cinquantenne, di diventare madre.[5]
La sua storia cambio di sesso suscitò la curiosità della stampa in Danimarca e in Germania, tanto che l'allora re di Danimarca, Cristiano X, invalidò il suo matrimonio con Gerda nell'ottobre del 1930. Nello stesso anno riuscì ad ottenere il riconoscimento legale del suo nuovo sesso e il cambio di nome, ricevendo il passaporto come Lili Elbe. Dopo il cambio di sesso smise di dipingere, sostenendo che fosse un qualcosa che apparteneva solo a Einar. Nel frattempo Gerda si risposò con un ufficiale militare italiano, Fernando Porta, e si trasferì in Marocco. Lì visse per diversi anni e dopo il divorzio dal marito tornò in Danimarca, dove morì.
La morte[modifica | modifica wikitesto]
Lili Elbe morì nel 1931 a causa di complicazioni, tre mesi dopo la sua quinta e ultima operazione. Si pensa che la causa della sua morte sia stato il rigetto dopo l'impianto dell'utero.[5] È stata sepolta a Dresda, in Germania.
Nella cultura di massa[modifica | modifica wikitesto]
Nel 2001 lo scrittore David Ebershoff pubblicò il romanzo La danese (The Danish Girl), edito in Italia da Guanda, che divenne un best-seller internazionale tradotto in diverse lingue. Tratto dal romanzo il film del 2015 The Danish Girl diretto da Tom Hooper con Eddie Redmayne nel ruolo di Lili.
Femminiello
Femminiello
rimane sempre un cultura storica da leggere1586 Giovanni Battista Della Porta
| « Nell'isola di Sicilia son molti effeminati, et io ne viddi uno in Napoli di pochi peli in barba o quasi niuno; di piccola bocca, di ciglia delicate e dritte, di occhio vergognoso, come donna; la voce debile e sottile non poteva soffrir molta fatica; di collo non fermo, di color bianco, che si mordeva le labra; et insomma con corpo e gesti di femina. Volentieri stava in casa e sempre con una faldiglia [crinolina, NdR], come donna attendeva alla cucina et alla conocchia [a filare]; fuggiva gli omini, e conversava con le femine volentieri, e giacendo con loro, era più femina che l'istesse femine; ragionava come femina, e si dava l'articolo femineo sempre [parlava sempre di sé al femminile, NdR]: "trista me, amara me"; et il peggio era, che peggior d'una femina sopportava la nefanda Venere [la sodomia][1]. » |
Un femminiello del XIX secolo.
nonostante tutto la trovo molto femminile visto anche con i tempi che viveva il vestito poi e incantevole
giovedì 12 novembre 2015
IL MONDO SEGRETO DEI TRAVESTITI
Tratto dal libro di Stella Borghesi:
IL MONDO SEGRETO DEI TRAVESTITI
Pubblicato da lulu.com
Ancora oggi molte persone continuano a confondere il travestito con il transessuale per il semplice fatto che entrambi appaiono come uomini vestiti da donna. In realtà le loro motivazioni sono completamente diverse: il transessuale inizia a vestirsi da donna perché si sente intimamente donna e come tale continuerà a vivere tutta la sua vita a prescindere dalla decisione di diventarlo chirurgicamente. Per il travestito invece è solo un gioco eccitante che non ha nulla a che vedere con l’omosessualità. Ecco le dieci verità sui travestiti che continuano a rimanere sconosciute alla maggior parte delle persone, soprattutto alle donne.
1. I travestiti provano eccitazione nel vestirsi da donna ed in genere lo fanno solo occasionalmente in privato e tra le mura domestiche. Questa passione o bisogno non diventa quasi mai una compulsione e la frequenza dei travestimenti può scomparire anche per lunghissimi periodi anche se quasi sempre tende poi a ricomparire nel tempo.
2. Durante il giorno i travestiti vivono e si vestono come uomini normali, spesso sono sposati e con figli e nessuno sospetta minimamente di questa loro passione.
3. I travestiti si sentono intimamente uomini e non pensano mai, nemmeno lontanamente, di voler cambiare sesso, nè di prendere degli ormoni femminili per modificare le sembianze.
4. Nella grande maggioranza dei casi i travestiti sono eterosessuali e solo una minima parte di essi prova sporadiche esperienze omosessuali anche se queste sono spesso presenti nelle fantasie quando appaiono “enfemme”.
5. I travestiti non modificano mai gli aspetti somatici del proprio corpo in maniera definitiva ed al massimo si depilano le gambe e le ascelle. Simulano di avere il seno unicamente con un reggiseno imbottitio
6. Il sogno più frequente di un travestito è quello di poter far l’amore con la propria donna mentre è travestito da donna. Spesso fantastica di poter essere posseduto dalla propria donna e a volte la curiosità può spingerlo a provare anche un’esperienza con un uomo anche se il più delle volte questa rimane una fantasia che elabora per eccitarsi mentre è travestito.
7. Il travestito non si innamora mai di un uomo. A volte può trovare eccitante la fantasia di essere posseduto da un uomo ma questo appare sempre come una figura immaginaria e senza volto che soddisfa il bisogno narcisistico di venire apprezzato nel suo apparire donna. Nelle rare occasioni in cui il travestito si avventura nel mondo reale, tende ad evitare incontri diretti e la sua soddisfazione deriva dalla dalla consapevolezza di suscitare il desiderio degli uomini che incontra e si sente appagato dalla sua bravura nel travestirsi. Il piacere di travestirsi è sempre fine a se stesso e lui non viene nemmeno sfiorato dall’idea di prostituirsi.
8. I travestiti non sono quasi mai particolarmente effeminati e spesso riescono a custodire il loro segreto per molti anni , a volte per sempre.
9. I travestiti sposati possono provare dei sensi di colpa perchè, pur desiderando profondamente di poter condividere questo segreto con la moglie sono frenati dalla paura di non essere compresi e di perderla. Spesso conducono l’intera esistenza tra la paura di essere scoperti e la voglia di confessare e per questo a volte lasciano degli indizi, più o meno inconsapevolmente, per essere scoperti. Una volta che il segreto non è più tale, la trasgressione può diventare meno eccitante e perdere gradualmente di interesse e di intensità .
10. I travestiti spesso indossano gli abiti femminili per trovare conforto nei momenti di noia, di delusione sentimentale o professionale ed in genere quando il morale è basso. Quando sono felici ed innamorati questa passione tende a diminuire fino a far credere che questo bisogno sia scomparso del tutto.
Se vuoi leggere tutto clicca qui sotto :
http://www.lulu.com/shop/stella-borghesi/i...t-20562655.html
IL MONDO SEGRETO DEI TRAVESTITI
Pubblicato da lulu.com
Ancora oggi molte persone continuano a confondere il travestito con il transessuale per il semplice fatto che entrambi appaiono come uomini vestiti da donna. In realtà le loro motivazioni sono completamente diverse: il transessuale inizia a vestirsi da donna perché si sente intimamente donna e come tale continuerà a vivere tutta la sua vita a prescindere dalla decisione di diventarlo chirurgicamente. Per il travestito invece è solo un gioco eccitante che non ha nulla a che vedere con l’omosessualità. Ecco le dieci verità sui travestiti che continuano a rimanere sconosciute alla maggior parte delle persone, soprattutto alle donne.
1. I travestiti provano eccitazione nel vestirsi da donna ed in genere lo fanno solo occasionalmente in privato e tra le mura domestiche. Questa passione o bisogno non diventa quasi mai una compulsione e la frequenza dei travestimenti può scomparire anche per lunghissimi periodi anche se quasi sempre tende poi a ricomparire nel tempo.
2. Durante il giorno i travestiti vivono e si vestono come uomini normali, spesso sono sposati e con figli e nessuno sospetta minimamente di questa loro passione.
3. I travestiti si sentono intimamente uomini e non pensano mai, nemmeno lontanamente, di voler cambiare sesso, nè di prendere degli ormoni femminili per modificare le sembianze.
4. Nella grande maggioranza dei casi i travestiti sono eterosessuali e solo una minima parte di essi prova sporadiche esperienze omosessuali anche se queste sono spesso presenti nelle fantasie quando appaiono “enfemme”.
5. I travestiti non modificano mai gli aspetti somatici del proprio corpo in maniera definitiva ed al massimo si depilano le gambe e le ascelle. Simulano di avere il seno unicamente con un reggiseno imbottitio
6. Il sogno più frequente di un travestito è quello di poter far l’amore con la propria donna mentre è travestito da donna. Spesso fantastica di poter essere posseduto dalla propria donna e a volte la curiosità può spingerlo a provare anche un’esperienza con un uomo anche se il più delle volte questa rimane una fantasia che elabora per eccitarsi mentre è travestito.
7. Il travestito non si innamora mai di un uomo. A volte può trovare eccitante la fantasia di essere posseduto da un uomo ma questo appare sempre come una figura immaginaria e senza volto che soddisfa il bisogno narcisistico di venire apprezzato nel suo apparire donna. Nelle rare occasioni in cui il travestito si avventura nel mondo reale, tende ad evitare incontri diretti e la sua soddisfazione deriva dalla dalla consapevolezza di suscitare il desiderio degli uomini che incontra e si sente appagato dalla sua bravura nel travestirsi. Il piacere di travestirsi è sempre fine a se stesso e lui non viene nemmeno sfiorato dall’idea di prostituirsi.
8. I travestiti non sono quasi mai particolarmente effeminati e spesso riescono a custodire il loro segreto per molti anni , a volte per sempre.
9. I travestiti sposati possono provare dei sensi di colpa perchè, pur desiderando profondamente di poter condividere questo segreto con la moglie sono frenati dalla paura di non essere compresi e di perderla. Spesso conducono l’intera esistenza tra la paura di essere scoperti e la voglia di confessare e per questo a volte lasciano degli indizi, più o meno inconsapevolmente, per essere scoperti. Una volta che il segreto non è più tale, la trasgressione può diventare meno eccitante e perdere gradualmente di interesse e di intensità .
10. I travestiti spesso indossano gli abiti femminili per trovare conforto nei momenti di noia, di delusione sentimentale o professionale ed in genere quando il morale è basso. Quando sono felici ed innamorati questa passione tende a diminuire fino a far credere che questo bisogno sia scomparso del tutto.
Se vuoi leggere tutto clicca qui sotto :
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venerdì 9 ottobre 2015
ho visto questo video su youtube di lei e voglio postarlo
io lei la trovo stupenda..molto femminile molto dolce quando parla vorresti
prenderla e baciarla pero' lei ha già il suo dolce amore un trans ovvero FTM
e sono carini insieme la sua storia e carina piena di coraggio fanno una bella coppia
MTF+FTM spero che duri e che questo mondo sia lieve per la loro relazione
lunedì 21 settembre 2015
forse il primo crossdresser o trans della storia
Durante alcuni scavi in Repubblica Ceca un gruppo di archeologi ha ritrovato quella che potrebbe essere la tomba di un omosessuale preistorico. Detta così fa un po’ ridere, ma l’ipotesi che i resti possano appartenere ad una persona gay si basano sul tipo di sepoltura che gli archeologi hanno ritrovato..
Durante uno scavo condotto a Praga, nella Repubblica Ceca, gli archeologi hanno rinvenuto quelli che potrebbero essere i più antichi resti ritrovati di un maschio omosessuale. Il corpo, appartenente a un individuo di sesso maschile vissuto 2.500-2.900 anni fa, è stato sepolto secondo alcune modalità normalmente riservate alle donne della cosiddetta “Cultura della ceramica cordata”, che caratterizza buona parte dell’Europa settentrionale dal neolitico agli inizi dell’Età del Bronzo. Nello specifico era deposto sul suo lato sinistro, e con la testa rivolta a Oriente.
L’archeologa Kamila Remišová Vašínová della Società Archeologica Ceca ha affermato: “Stiamo valutando varie interpretazioni, e fra queste che l’individuo appartenesse a un terzo genere, non fosse cioè considerato né uomo né donna secondo il senso comune. Di certo sappiamo che aveva un ruolo speciale all’interno della sua comunità”.
...sinceramente non capisco la storia del gay...per me il gay e un uomo che fa cose da uomo e ama l'uomo, la lesbica e una donna che fa cose da donna e ama la donna, i/le trans sono uomo/donna che fanno cose del sesso opposto e poi ci siamo noi che sappiamo gestire i due mondi
purtroppo non sono rimasti i vestiti senno' sarei davvero curiosa di sapere se avevo ragione oppure no
domenica 13 settembre 2015
casa Susanna
CASA SUSANNA: UNA SOCIETÀ SEGRETA IN CUI SENTIRSI NORMALI.
C’è stato un tempo in cui tra la fine degli anni ’60 ed i primi anni ’70, alcuni crossdresser avevano trovato un rifugio in cui essere se stessi in un isolato complesso di edifici, nel territorio di Hunter, New York. Si trattava di un un posto sicuro per molti che sentivano il bisogno di evadere, dai propri vestiti come dalla propria pelle, e se lo concedevano per qualche giorno a settimana, in risposta a una società che ancora non dava né comprensione né soluzioni. Felicity, Gail, Fiona, Cynthia, erano questi i nomi che avevano scelto per loro: per alcuni era un problema di presa di coscienza, per altri insoddisfazione velata. Questo posto è rimasto sconosciuto per decenni, custodito dalla sola memoria dei suoi ospiti, fino a che qualcosa lo ha reso noto, portandolo alla ribalta della più scafata, sebbene non sempre tollerante, società contemporanea.
Un vero e proprio dossier fotografico, scene di vita privata, segreti scatti di un’esistenza alternativa, è ciò che per caso è tornato alla luce quando Robert Swope, punk-rocker e mobiliere di New York ha rinvenuto un centinaio di foto in una scatola comprata al mercatino delle pulci. Uomini travestiti da donne, ma in pose familiari e composte di donne sofisticate, nessuna volgarità. Cross-dresser borghesi che bevono tè, giocano a bridge, guardando l’obbiettivo con sincero stupore e un leggero velo di imbarazzo. Insospettabili e distinti signori della middle class: editori, vigili del fuoco, imprenditori, uno sceriffo di una piccola contea nel New Jersey. Seppure l’ambiente e la qualità delle fotografie appartengano alla fine degli anni ’60, vestiti, acconciature e ammiccamenti sono, invece, tipici del decennio precedente. Le foto ritraggono una sorta di club privato: Casa Susanna. Swope non sapeva di cosa si trattasse. Tutto ciò che aveva era quello che vedeva, ossia uomini vestiti da donne, eleganti quanto rassicuranti. Donne serene, talora gioiose. Niente di eccessivo, nessun tipo di Drag Race e nessuna Ru Paul a condurre la gara, nessuna queen dai capelli supercotonati e coperta di strass che mima parole dei brani di grande successo facendo la pazza, come Vida Boheme e Noxeema Jackson insegnavano all’inesperta Chi Chi Rodriguez, nel film ‘A Wong Foo, grazie di tutto! Julie Newmar’. Quegli scatti, mostravano, in verità, qualcosa di più simile alle foto di famiglia, una cena per un’occasione speciale, un happening dove andare vestiti bene, bacettii sulle guance, un picnic sull’erba.
A lungo Swope non volle saperne niente, finché insieme al suo compagno, Michel Hurst, decise di mettere insieme tutte queste foto e farne un libro – intitolato, appunto, Casa Susanna, edito nel 2005 da powerHouse Books– lasciando agli scatti l’arduo compito di raccontare una storia segreta che gli stessi autori cominciarono a conoscere soltanto dopo la pubblicazione del testo, quando le testimonianze dei frequentatori di Casa Susanna iniziarono a ricongiungersi alle immagini.
Susanna, la matrona di questo gineceo alternativo, si chiamava Tito Valenti ed era un uomo che aveva scelto di spendere il resto della propria vita da donna.
Robert Hill, ricercatore dell’Università del Michigan che una decina di anni fa si è occupato di ricucire le storie che giravano attorno alle foto di Swope, ha intervistato alcune delle amiche di Susanna, come Sandy, imprenditore divorziato. Lui racconta che Casa Susanna era un posto eccitante «perché quali che fossero le tue fantasie segrete, incontravi altre persone che ne avevano di simili e ti accorgevi di essere, sì, “diverso” ma non “pazzo”». Sandy, che oggi ha più di 70 anni e non si traveste da qualche decade, negli anni sessanta era ancora studente universitario e nei weekend frequentava Casa Susanna. «Era estremamente liberatorio. Sono cresciuto in una famiglia molto conservatrice. Volevo sposarmi, avere una casa, un’auto, un cane. Cose che alla fine sono successe. Ma allora avevo questi impulsi conflittuali e non sapevo da che parte voltarmi. Non sapevo quale fosse il mio posto nel mondo».
Il ricordo di Casa Susanna, dei suoi weekend e delle suoi party declina fino a perdersi nella memoria dei suoi ospiti, pur seguendoli negli anni a venire, attraverso le loro scelte di vita, che poi per la maggior parte di loro si riducono a un unico enorme bivio. Continuare nella presunta normalità come Sandy o diventare donna, come Fiona che si trasferì a Sidney, dove visse come Katherine Cummings, libraia ed editrice. Lei, che alla nascita si chiamava John.
E poi c’era Virginia Prince, farmacista e fondatrice della rivista specializzata ‘Transvestia’ e del movimento transgender. «Ho inventato i trans – rideva ancora 96enne, poco prima di morire – ma se questa gente sapesse che non mi sono mai operata mi farebbe la pelle».
E infine c’era Susanna, a cui lasciamo concludere questa storia rubata ai ricordi di un gruppo di uomini, che, quando negli States vivere la propria diversità era ancora troppo difficile, nonostante fossero gli anni della liberazione sessuale, hanno deciso di trovare conforto alla loro condizione in un rifugio isolato, ma col reciproco sostegno di altri fratelli di condizione. Anzi, sorelle.
«Scena: il portico di fronte all’edificio principale del nostro resort nelle Catskill Mountains. Ora: circa le quattro del mattino, il Labor Day sta per sorgere oltre l’oscurità distante. Personaggi: quattro ragazze che chiacchierano. È buio. Solo un fascio di luce illumina parte della proprietà a intervalli regolari – fa magari un po’ freddo a quasi mille metri d’altitudine. Ogni tanto una fiamma in punta di sigaretta illumina un volto femminile – un altro weekend al resort, ore in cui impariamo a conoscere noi stessi un po’ meglio osservando la nostra immagine riflessa in nuovi colori e in una nuova prospettiva attraverso le vite dei nostri amici». È forse questa la sintesi di cosa fosse Casa Susanna. A parlare, infatti, è proprio lei, Susanna, che da qualche parte nei primi anni Settanta scriveva della sua Casa sulle colonne di ‘Transvestia’.
http://blognomos.com/2014/04/29/casa-susanna-una-societa-segreta-in-cui-sentirsi-normali/
giovedì 27 agosto 2015
mitologia
Attestazioni del fenomeno oggi chiamato transessualismo possono essere rinvenute in documenti risalenti indietro nei secoli ed abbraccianti culture nettamente distinte. Mitologia classica, storia classica, Rinascimento e storia dell'Ottocento, insieme con l'antropologia culturale, dimostrano l'estesa area di penetrazione del fenomeno transessuale.
Essendo il termine ‘transessuale’ d’origine relativamente recente, non lo si può rinvenire nelle fonti storiche, e pertanto parecchie illazioni devono essere fatte nell’interpretazione del materiale citato. Anche la specifica menzione del “mutamento di sesso” può soltanto implicare un “mutamento d’abbigliamento” o la pratica dell’omosessualità genitale, senza che risulti evidente la totale assunzione da parte dell’individuo dell’identità del genere opposto. Nelle citazioni che seguono, è osservato il criterio dell’identità del genere opposto
MITOLOGIA E DEMONOLOGIA
Nella mitologia greca, un’influenza transessuale è drammatizzata nella designazione di Venere Castina a dea che risponde con simpatia e comprensione ai desideri delle anime femminili racchiuse in corpi maschili. [1]
Miti relativi al cambiamento di sesso, riguardato non solo come soluzione di un desiderio, ma anche come forma di punizione, si presentano frequentemente. Per esempio, si narra che Tiresia, indovino tebano, stesse passeggiando sul monte Cillene quando s’imbatté in due serpenti in amore; uccise la femmina, e per quest’atto fu mutato in donna. [2] In seguito , dopo esser pervenuto a guardare favorevolmente alla sua nuova forma ed aver testimoniato che il piacere della donna durante il coito era dieci volte superiore a quello dell’uomo, fu ritrasformato in uomo, sempre per punizione. [3]
Un’altra narrazione mitologica concerne gli Sciti , la cui retroguardia saccheggiò il tempio di Venere ad Ascalona mentre si ritirava dalla Siria e Palestina che gli Sciti avevano invaso. Si ritenne che la dea ne fu così adirata che fece donne dei saccheggiatori, e per di più decretò che la loro posteriorità sarebbe stata similmente colpita. [4] Ippocrate, descrivendo a proposito degli Sciti quei “non uomini” che assimilò agli eunuchi, scrisse: “Essi non solo si dedicano ad occupazioni da donna, ma mostrano inclinazioni femminili e si comportano come donne. I nativi ne ascrivono la causa alla divinità...”. [5] Un’altra narrazione ancora tratta dall’antico regno di Frigia, ove i sacerdoti del dio Attis, consorte di Cibale, la Madre Terra, erano obbligati all’auto-castrazione in omaggio al dio Attis, del quale si narrava che s’era evirato sotto un albero di pino. Si diceva che i sacerdoti (in seguito alla castrazione) divenivano dei transvestiti e si adeguavano a mansioni da donna; si credeva che alcuni di questi sacerdoti fossero andati oltre la castrazione testicolare ed avessero rimosso completamente i genitali maschili esterni. [6]
Il mito di Tiresia precedentemente ricordato ha un parallelo in un racconto della tradizione nazionale dell’India orientale. Secondo le leggende del Mahàbhàrata, un re fu trasformato in donna, per essersi bagnato in un fiume magico. Come donna generò cento figli, che mandò a dividere il suo regno coi cento figli che aveva avuto quale uomo. Più tardi egli rifiutò d’essere ritrasformato in uomo perché l’antico re si accorse che “la donna prova maggior piacere nell’atto dell’amore che non l’uomo”. Contrariamente al destino di Tiresia, al re trasformato fu accordato quanto desiderava. [7]
Non soltanto gli dei disposero del potere di cambiare il sesso d’una persona, ma cambiamenti di sesso furono operati suo uomini e su bestie mediante la stregoneria e l’intervento di demoni. Si pretendeva che delle streghe fossero in possesso di droghe [8] che avevano la capacità di invertire il sesso di chi le prendesse. Taluni dicevano che i maschi potevano esser trasformati in femmine e le femmine in maschi, ma si argomentava altresì che il cambiamento di sesso fosse realizzabile in una sola direzione, talché si affermava che il Diavolo potesse render maschi le femmine, ma non trasformare gli uomini in donne, giacché metodo di natura è aggiungere piuttosto che togliere. Nel Malleus maleficarum (Il martello contro le streghe), pubblicato nel 1489, un libro che funse da base del “trattamento” della pazzia per quasi trecento anni, fu riferito, secondo testimonianza oculare, di una fanciulla mutata in un ragazzo dal Diavolo, a Roma. [9]
STORIA CLASSICA
Dalla documentazione dell’antichità della Grecia e di Roma, si hanno attestazioni della presenza di persone palesemente insoddisfatte del loro ruolo di genere. Filone, il filosofo ebreo di Alessandria, scrisse: “Riservando ogni possibile cura al loro adornamento esterno, costoro non hanno neppur vergogna di ricorrere a qualsiasi espediente per mutare artificialmente in femminile la loro natura d’uomini… Alcuni di loro… bramando una completa trasformazione in donne, hanno amputato i propri organi della generazione”. [10]
Scrisse il poeta latino Manilio: “Queste (persone) continuamente si preoccuperanno del loro vistoso abbigliamento e dell’apparenza attraente; di arricciarsi la chioma e di disporla in boccoli ondulati… di depilarsi le membra irsute… Sì! E d’aver in odio il loro autentico aspetto di uomini, e di desiderare d’aver braccia su cui non crescano peli. Vesti da donna indossano… il loro passo piegano ad un’andatura effeminata…”. [11]
Ed ancora un latino ad esprimersi come segue:
Ma che aspettano costoro? Non è forse già tempo che facciano
Alla maniera frigia, e portino a termine l’impresa?
E che prendano un coltello e si recidano quel pezzo di carne superflua? [12]
Anche nelle storie degli imperatori romani sono riferiti casi di “cambiamento di sesso”. Una delle prime operazioni di conversione sarebbe stata eseguita per ordine dell’infame imperatore Nerone. A quanto si pretende, Nerone, durante un accesso di rabbia, tirò un calcio all’addome della moglie incinta, uccidendola. In preda al rimorso, cercò di trovare qualcuno il cui volto somigliasse a quello della moglie assassinata. Quello che meglio si adattava all’esecuzione dell’ordine dato era un giovane liberto di sesso maschile, Sporo. Si narra dunque che Nerone abbia ordinato ai suoi chirurghi di trasformare il liberto in donna. A seguito della “conversione”, i due contrassero nozze formali.
Un altro imperatore romano, Eliogabalo, avrebbe impalmato, a quanto si riferisce, un poderoso schiavo, e poi avrebbe assunto le funzioni di moglie dopo il matrimonio. Si descrive Eliogabalo “deliziato a sentirsi chiamare la signora, la sposa, la regina di Ierocle”, [13] e si dice che avrebbe offerto la metà dell’Impero Romano al medico che l’avesse potuto fornire di genitali femminili. [14]
Tra l’epoca dell’Impero Romano e il Cinquecento europeo si colloca un’attestazione forse apocrifa, ma tuttavia straordinaria, riguardante la Roma del IX secolo. Essa concerne un personaggio noto come Papa Giovanni VIII, e riferisce come costui, nominato successore di Papa Leone IV nel’855, fosse, in realtà, una donna. In una narrazione pubblicata con l’approvazione di Papa Giulio III si affermava che “ella partorì un bambino e morì, insieme alla sua prole, alla presenza d’un gran numero di spettatori”. [15]
DAL PERIODO RINASCIMENTALE ALLA FINE DEL XIX SECOLO
La storia francese dal XVI al XVIII secolo presenta una quantità di personaggi pubblici transessuali. D’altra parte, in quest’epoca il termine col quale ci si riferiva al sovrano era “Sa Majesté”, che letteralmente significa “la di lei Maestà”. [16] Il genere femminile fu usato, inizialmente, in omaggio al re Enrico III di Francia, che voleva essere considerato una donna. Si riferisce che una volta, nel febbraio 1577, sa majesté rivelò in pieno le sue caratteristiche comparendo dinanzi ai Deputati “abbigliato come una donna, con una lunga collana di perle e un abito tagliato in basso…”. [17]
Tra i notabili francesi del XVII secolo, l’Abate de Choisy, noto anche come Francois Timoléon, ha lasciato ai posteri una vivida descrizione di prima mano d’una forte aspirazione all’inversione di genere. Durante l’infanzia e l’adolescenza, sua madre lo aveva abbigliato completamente come una ragazza; dai diciotto anni continuò in quell’uso ed allora la sua vita era “cinta da bustini ben attillati che rendevano più prominenti le natiche, i fianchi ed il petto”. Adulto, per cinque mesi recitò nella commedia come ragazza, riferendo: “Tutti restavano ingannati; avevo amanti ai quali concedevo parchi favori”. A trentadue anni divenne ambasciatore di Luigi XIV in Siam. Riguardo alla sua identità di genere, egli scrisse:
Io penso veramente e sinceramente d’essere una donna. Ho cercato di scoprire come un così inusitato diletto mi sia venuto, e presumo che derivi da ciò: è attributo di Dio essere amato ed adorato, e l’uomo – per quanto la sua debole natura lo permetta – ha la medesima ambizione; ma è la bellezza a creare l’amore, e la bellezza è generalmente dote della donna… Udendo qualcuno vicino a me sussurrare: “Che donna graziosa!”, ne ho provato un piacere così grande che è al di là d’ogni paragone. Ambizione, ricchezza, persino amore non possono eguagliarlo…”. [18]
Uno dei più famosi esempi storici di inversione di genere nel comportamento è rappresentato dal Cavalier d’Eon, dal cui nome derivò quello di “eonismo”. Si riferisce ch’egli abbia debuttato nella storia in costume da donna, come rivale di Madame de Pompadour e come nuova graziosa favorita di Luigi XV. Quando il suo segreto fu rivelato al re, quest’ultimo fece tesoro del suo errore trasformando il Cavaliere in un diplomatico di fiducia. In un’occasione, nel 1755, andò in Russia in missione segreta travestito, come se fosse la nipote dell’agente accreditato del re, e l’anno successivo tornò in Russia in veste maschile per completare la missione. Dopo la morte di Luigi XV visse permanentemente come donna. V’era grande incertezza in Inghilterra, ove trascorse gli ultimi anni, se il suo vero sesso morfologico fosse maschile o se invece i periodi in abbigliamento maschile non fossero, in effetti, che periodi di travestimento. Quando morì, il Cavalier d’Eon aveva vissuto per quarantanove anni da uomo e per trentaquatro da donna. [19]
Altro interessante abate fu l’Abate d’Entragues, che si sforzava di rinnovare la bellezza femminile del suo volto “pallido e interessante” sottoponendosi frequentemente a salassi facciali. [20] . Ancora un abate che ci riguarda fu il Becarelli, un falso messia che pretendeva di essere in grado di farsi servire a comando dallo Spirito Santo e che si gloriava di possedere una droga che poteva “cambiare il sesso”. Se il sesso fisico non era mutato, tuttavia gli uomini che presero la droga si cedettero temporaneamente trasformati in donne, e le donne pensarono d’essersi mutate in uomini. [21]
Finalmente, una persona che nel corso di tutta la sua vita era stata conosciuta quale M.lle Jenny Savalette de Lange, quando morì a Versailles nel 1858 si scoprì che era un uomo. Durante la sua vita egli aveva brigato per ottenere un certificato di nascita sostitutivo che lo designasse di sesso femminile, di fidanzò con uomini sei volte e ricevette dal re di Francia una pensione annua di mille franchi insieme alla concessione di un appartamento nel Castello di Versailles. [22]
Le seguenti brevi storie di casi riferite da medici concludono la rassegna storica del XIX secolo “che a motivo delle mansioni femmiinili (lavori di cucito e di maglia) cui assolveva per ordine della madre divenne completamente effeminata, si estirpava la barba, si sollevava i capelli, si imbottiva sul petto e sui fianchi, e si comportava da donna sotto ogni punto di vista… Costui chiamava se stesso Frederica…. Egli riusciva ad ingannare (gli uomini) così pienamente che essi (inconsapevolmente) compivano con lui il coito nell’ano”. [23] Il Krafft-Ebing riferisce questa dichiarazione di prima mano, dovuta ad un paziente:
Mi sento una donna in forma d’uomo… Sento il pene come una clitoride, l’uretra come uretra ed orifizio vaginale, che sempre si sente un po’ umido, anche quando è in realtà asciutto, e lo scroto come grandi labbra. In breve, sento sempre la vulva… Pur piccoli come sono, i miei seni sempre chiedono spazio… Di che vantaggio è il piacere femminile, se non lo si conosce?... [24]
DATI ETNOLOGICI
GLI AMERINDIANI
Gli studi antropologici su popoli di diverse parti del mondo forniscono un materiale molteplice riguardante il comportamento e l’identificazione col genere opposto.
Durante il primo quarto di questo secolo, una messe cospicua di dati fu raccolta sulle pratiche tradizionali di parecchie tribù di Indiani dell’America Settentrionale. “Quasi in ogni parte del continente pare che vi siano stati, fin da tempo antico, uomini indossanti gli abiti ed assolventi alla funzioni di donne…”. [25]
Presso gli indiani Yuma esisteva una classe di maschi, chiamati gli elsa, che si riteneva avessero subito un “cambiamento di spirito” come effetto di sogni avuti generalmente al tempo della pubertà. Un ragazzo o una ragazza che abbia sognato troppo qualcosa “subirebbe un cambiamento di sesso”. Tali sogni comprendono di frequente la recezione di messaggi da parte di piante, particolarmente l’arundinacea, essa stessa creduta soggetta a mutar sesso. Un elsa, tuttavia, sognò di fare un viaggio. “Questo sogno includeva la sua futura occupazione in un lavoro femminile; quando usciì dal sogno, egli portò la mano alla bocca e rise… con voce da donna, e la sua mente fu mutata da maschile in femminile. Gli altri giovani se ne accorsero e presero a considerarloo come una donna”.
Da piccola la controparte femminile dell’elsa, la kwe’rhame, gioca coi giocattoli dei maschietti. Si asserisce che queste donne non abbiano mai mestruazioni; i loro caratteri sessuali secondari sono poco sviluppati, e in certi casi sono maschili (evidentemente si tratta di qualche forma di ermafroditismo o di virilismo). [26]
Si credeva inoltre nella cultura Yuma che all’interno della Sierra Estrella, una montagna, vivesse un transvestito, e che tanto essa quanto un’altra montagna vicina avessero il potere di “trasformare sessualmente gli uomini”. Si diceva che presagi di tale trasformazione si avevano precocemente nell’infanzia; la gente anziana capiva dagli atti di un fanciullo ch’egli avrebbe “cambiato sesso”. Berdache era il termine per coloro che si comportavano come donne; [27] nella cultura Yuma i berdache sposavano uomini e non avevano bambini propri. La tribù comprendeva anche donne che passavano per uomini, vestite da uomo e sposate con donne. [28]
Tra gli Indiani Cocopam erano detti e L ha quei maschi dei quali si diceva che avevano mostrato caratteri femminili fin dall’infanzia. Venivano descritti, da piccoli, come soliti a parlare a somiglianza delle fanciulle, a ricercare la compagnia di esse, a far le cose al modo delle donne. Le femmine note come war’hemeh giocavano coi ragazzi, facevano archi e frecce, avevano il naso forato e scendevano in battaglia.
“I giovani possono amare una di queste ragazze, ma esse non si cureranno affatto di loro, desiderando esclusivamente essere uomini”. [29]
Presso gli Indiani Mohave, i ragazzi che erano destinati a divenire sciamani (sacerdoti-medici che si avvalevano di trances magiche e medianiche per curare i malati, per indovinare le cose occulte e per controllare gli eventi che riguardavano la prosperità del popolo), avrebbero “tratto indietro il pene tra le gambe e poi si sarebbero mostrati alle donne esclamando: ‘io pure sono una donna, sono proprio come siete voi’”.
Per questi ragazzi Mohave che avrebbero vissuto come donne, v’era un rito d’iniziazione durante il decimo o l’undicesimo anno di vita. “Due donne sollevano il giovinetto e lo portano all’aperto… Una indossa una pelle e danza, ed il giovinetto la segue e la imita… Le due donne danno al giovinetto le parti anteriore e posteriore del suo nuovo abito e gli dipingono la faccia..:”. Queste persone parlano, ridono, sorridono, siedono e si muovono come donne. Gli iniziati assumevano poi un nome adatto a persona dell’opposto sesso. Questi alyha si ostinavano a che il pene fosse chiamato clitoride, i testicoli grandi labbra e l’ano vagina. La controparte femminile, hwane, non si ostinava a che ci si riferisse ai genitali con la terminologia maschile.
L’alyha, una volta trovato marito, avrebbe preso a simulare la mestruazione; preso uno stecco , si sarebbe graffiato tra le gambe fino a far uscire il sangue. Quando costoro decidevano di restare incinti, avrebbero interrotto le ‘mestruazioni’. Prima del ‘parto’ avrebbero bevuto un preparato di fave che avrebbe causato un violento dolor di stomaco, qualificato come ‘doglia’ ; ad esso avrebbe tenuto dietro una defecazione designata come “mortinatalità”, e ciò sarebbe stato sepolto cerimonialmente. Sarebbe poi seguito un periodo di lutto tanto per il marito quanto per la moglie”. [30]
Fonti antropologiche disponibili accennano brevemente a pratiche consimili presso altre tribù.
Tra i Navaho, delle persone dette nadl E, un termine usato tanto per i transvestiti che per gli ermafroditi, ma normalmente per i primi, venivano interpellate col termine di parentela usato per una donna della loro condizione e anzianità, ed era loro concesso lo stato legale muliebre. [31]
Quello di i-wa-musp (‘uomo-donna’), presso gli Indiani della California, costituiva un regolare grado sociale. Vestiti da donna, essi assolvevano a compiti muliebri. Quando un indiano avesse dimostrato il desiderio di sottrarsi ai suoi doveri di uomo, gli sarebbero stati offerti un arco e un ‘bastone da donna’: egli avrebbe dovuto scegliere, e poi per sempre sarebbe stato vincolato dalla sua scelta. [32]
Infine, per i Pueblo, fu descritta la pratica che segue. Un uomo lolto possente, ‘ uno dei più virili’, veniva scelto. Lo si masturbava molte volte al giorno e lo si faceva montare a cavallo quasi di continuo.
Gradualmente, si produce una tal irritabile debolezza degli organi sessuali che, rapidamente, viene a determinarsi una grande scarsezza di seme… Allora ha inizio l’atrofizzazione dei testicoli e del pene, cadono i peli della barba, la voce perde la sua profondità e potenza… Inclinazioni e disposizioni divengono femminili. (Questo) ‘mujerado’ perde la sua posizione di uomo nella società… sembra sforzarsi di assimilarsi per quanto gli sia possibile al sesso femminile, e di sbarazzarsi, per quanto ne sia capace, di tutti gli attributi, mentali e fisici, della virilità.
Un antico generale-chirurgo dell’esercito degli Stati Uniti descrisse vividamente una di queste persone: “La prima cosa che attrasse la mia attenzione fu lo straordinario sviluppo delle glandole mammarie, che erano grosse come quelle di una donna che allattasse. Egli mi disse di aver allevato diversi bambini cui era morta la madre, e di aver dato loro molto latte dalle sue mammelle…” (Fenomeno questo che da un punto di vista scientifico suona millantatorio). [33]
ALTRE POPOLAZIONI
In tribù paleo-asiatiche, mediterranee antiche, indiane, oceaniche ed africane, gli uomini che adottavano le maniere e l’abbigliamento delle donne godevano di grande considerazione come sciamani, sacerdoti e stregoni: tutte persone i cui poteri sovrannaturali son temuti e venerati.
Tra glil Iacuti, aborigeni siberiani, v’erano due categorie di sciamani, i ‘ bianchi’, che rappresentavano le forze creative, ed i ‘neri’, che rappresentavano quelle distruttive. Questi ultimi tendevano a comportarsi da donna; si spartivano in mezzo la capigliatura come le donne, portavano cerchi di ferro sopra la giubba a raffigurare i seni, e analogamente a quanto si faceva per le femmine biologiche, non si permetteva loro di giacere sul lato destro della pelle di cavallo nei luoghi di soggiorno. [34]
Per quanto riguarda i popoli della Siberia, soprattutto tra i paleo-siberiani e cioè Ciukci, Coriacchi, Camciadali ed Eschimesi d’Asia, si notò il cambiamento di sesso. [35]
Tra i Ciukci dimoranti presso la costa artica esisteva, a quanto si riferisce, una speciale diramazione dello sciamanismo in cui si pretendeva che uomini e donne si sottoponessero ad un cambiamento di sesso parziale, o anche completo. L’uomo che cambiava sesso era chiamato ‘uomo tenero’ (yirka’-la’ vl-wa’irgin) oppure ‘simile alla donna’ (ne’vc h i c a) e ‘donna trasformata’ (ga’ c iki c hé ce). La trasformazione avrebbe avuto luogo per ordine del Ke’let durante la prima adolescenza.
V’erano diversi gradi di trasformazione. In un primo stadio, la persona che la subiva avrebbe imitato la donna solo nella maniera di intrecciare ed acconciare i capelli. Il secondo stadio è caratterizzato dall’adozione dell’abbigliamento femminile. Il terzo stadio di trasformazione era più completo. Il giovane che vi si sottoponeva smetteva tutte le occupazioni e i costumi del proprio sesso ed assumeva quelli della donna. La sua pronuncia cambiava. “Al tempo stesso il suo corpo si modifica, se non nell’apparenza esterna, almeno nelle sue facoltà e forze. La persona trasformata… diviene… premurosa della cura dei bambini piccoli. Generalmente parlando, diviene una donna con l’apparenza di un uomo”. L’’uomo tenero’ dopo qualche tempo prendeva marito; la ‘moglie’ si occupava della casa, eseguendo tutte le mansioni e i lavori domestici. V’era la leggenda secondo cui qualcuno avrebbe anche acquistato gli organi della donna. [36] La descrizione della ‘donna trasformata’ dice che indossava vestiti maschili, adottava la pronuncia dell’uomo, si forniva d’una tibia di renna, l’attaccava a una larga cintura di cuoio e “l’usava alla maniera del membro virile”. [37]
Nel Madagascar, certi uomini descritti tra i Tanala come mostranti tratti femminili sin dalla nascita, vestivano da donna, si pettinavano come donne e si dedicavano ad occupazioni femminili. Erano noti come sarombavy. Tra i Sakalava del Madagascar, i bambini che si distinguevano per esser d’apparenza e di maniere delicate e femminee venivano scelti e separati dagli altri e quindi allevati come fanciulle. Questi malgasci trattati da femmine “finalmente… guardano a se stessi come completamente femminili… L’autosuggestione agisce così in profondità ch’essi quasi dimenticano il loro vero sesso… Essi sono esentati dal servizio militare”. [38]
Le seguenti brevi citazioni aneddotiche stanno a dimostrare la presenza del fenomeno transessuale anche in altre e distanti culture.
A Tahiti, una categoria di uomini chiamati dagli indigeni mahoo o mahhu “assumeva l’abito, le attitudini e i vezzi delle donne, ostentava tutte le eccentricità e le civetterie delle femmine più vanitose…” Costoro avevano scelto il loro modo di vita nella prima infanzia. [39]
Presso certe tribù brasiliane furono osservate delle donne che si astenevano da ogni occupazione muliebre ed imitavano gli uomini in tutto e per tutto; costoro portavano i capelli alla maniera maschile ed “avrebbero preferito essere uccise che aver rapporti sessuali con un uomo. Ognuna di queste donne aveva una donna che la serviva e con la quale era sposata…”. [40]
Un certo numero di uomini Lango dell’Uganda, nell’Africa orientale, “veste da donna, simula la mestruazione, ed entra tra le mogli di altri maschi”. [41] In altre parti dell’Africa – tra i Malgasci (uomini detti ts ecate), tra gli Onondaga dell’Africa del Sud-Ovest, tra i Diakite-Sarracolese del Mali – degli uomini assumevano l’abbigliamento, attitudine e modi da donne. [42] Tra gli Araucani del Cile si riferì di maschi e femmine dediti alla stregoneria; dagli stregoni si richiedeva che rinunziassero al loro sesso. [43]
Sir James Frazer scrisse in The Golden Bough: [44] “V’è un costume largamente diffuso tra i selvaggi secondo il quale alcuni uomini vestono da donna ed agiscono come donne nel corso della loro vita. Spesso sono consacrati ed addestrati alla loro vocazione fin dall’infanzia”. Si riferisce che se ne trovarono tra i Daiacchi marittimi del Borneo, i Bugi di Celebes meridionale ed i paragoni del Sud-America. Nel regno del Congo, si narrava di un sacerdote sacrificale che normalmente vestiva da donna e si gloriava del titolo di ‘nonna’. “Agli occhi del selvaggio, indossare le vesti altrui è più che un simbolo… ciù completa un’identificazione…”. [45] Presso gli Zulù, il cambiamento di sesso (per travestimento) era un metodo per mutare o allontanare la malasorte. In India, era comune forare il naso ad un figlio non appena fosse nato per cambiarlo in ragazza. [46]
Presso gli Aleuti, i ragazzi – quando erano molto belli – venivano allevati interamente alla maniera delle fanciulle (shupan) ed istruiti nelle arti con cui le donne sogliono piacere agli uomini; i peli della barba erano attentamente estirpati non appena spuntavano; indossavano ornamenti di grani di vetro alle gambe e alle braccia, e si legavano e tagliavano i capelli nello stesso modo delle donne. [47] A dieci o quindici anni, venivano maritati a qualche uomo ricco. [48] Si riferiva inoltre che talvolta, se i genitori avevano desiderato una figlia ed erano scontenti di avere un figlio, facevano del nuovo nato un akhnutchik o shupan. [49]
Più recentemente, nell’India della metà del xx secolo, la città di Lucknow mostrò una grande quantità di eunuchi presentatisi a partecipare alle elezioni ed unitisi alla fila delle donne votanti. Si riferì che questi eunuchi, che portavano abiti femminili, erano rimasti ‘sorpresi’ di trovarsi registrati come votanti di sesso maschile. “Solo a seguito delle insistenze dell’agente di polizia… essi si piegarono alla legge… Questi eunuchi, quantunque si oppongano ad un ulteriore intervento chirurgico che li renda più femminili, hanno i genitali maschili amputati e l’area pubica aggiustata in modo da dare ad essa l’apparenza dalle vagina femminile”. L’evento è celebrato con una grande festa riservata agli eunuchi. [50]
CONCLUSIONE
E’ chiaro che il fenomeno dell’assunzione del ruolo di membro del sesso opposto non è né nuovo, né proprio esclusivamente della nostra cultura: prova della sua esistenza si rintraccia sin nei più antichi miti documentati. Diverse culture offrono dati che dimostrano come il fenomeno permanga largamente in questa o quella forma, e sia stato integrato nelle culture secondo una variabile graduazione di accettazione sociale.
La valutazione del materiale clinico contemporaneo riguardante tali pazienti assume un più pieno significato quando ci si rivolga agli elementi di questa prospettiva storica e antropologica. In definitiva, una completa comprensione, considerazione e cura del transessualismo terrà conto dell’ampiamente diffusa documentazione relativa a questo fenomeno psico-sessuale.
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